Una casa è un corpo
Una casa è un corpo
Shruti Swamy
Racconti Edizioni
200 p., brossura
traduzione di Eva Kampmann
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Una figlia ammalata, un padre assente, una luce fumosa che penetra in cucina durante la prima colazione – una madre che si trova a fronteggiare l’arrivo di un incendio che da innocuo e lontano si fa via via più minaccioso, fino alla necessaria evacuazione. Eppure: la più scontata delle fughe fatica ad arrivare. Una casa, ci viene detto, è pur sempre un corpo. Lasciarlo non è semplice.
Che siano ambientati in India o in America, è sempre una simile vertigine metaforica ad attraversare i racconti di Swamy: una minaccia dai contorni sfocati che brucia sulla pelle delle protagoniste e sugli intonaci delle “case” e delle relazioni che si sono costruite negli anni. Ma se l’incendio a volte giunge da fuori, come quando Mark perde la moglie Chariya, ritrovando conforto nelle braccia di sua sorella Maya, più spesso è dentro che divampano le fiamme, come in Cecità, dove i sogni e le paure di Sudha si manifestano insieme al figlio che sente di avere in grembo e che lei stessa dovrà ospitare.
È anzi proprio in questa singolare compenetrazione di onirico e verosimile che sembrano giocarsi i racconti di quest’esordio liminare, sull’orlo fra la vita e la morte, eros e thanatos, dimensione mitica e realistica. Nel formidabile Piaceri terreni la giovane Radika, un’artista di San Francisco alcolizzata e ossessionata da un quadro di Rothko, si troverà a imbastire un rapporto confessionale con Krishna in persona. Ciò che ci fa andare avanti e che ci fa sentire a casa – ci suggerisce l’autrice – ha una consistenza sottile, ma non per questo meno bruciante sulla pelle.
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